I’ve been holding out so long.
La canzone si sente male. Gregorio deve alzare ancora il volume. La voce si fa metallica. Mik Jagger sembra una pressa idraulica. La peugeot cigola da impazzire, stordisce e non ti fa capire nulla. Ma il meccanico non la capisce proprio quest’auto. E sarà la cinghia di distribuzione e cambia la cinghia.. e saranno le pasticche e cambia le pasticche... Niente! Intanto l’auto continua a cigolare.
La Peugeot 106 sembra una zucca nel crepuscolo della sera. La peugeot è una zucca e lui è un omino secco e rattrappito, guida tutto storto. Gobbo sul volante. Appiccicato al vetro anteriore. Strano tipo di umano. Attraversa la sera, seduto con una mano sulla marcia. Crede di tornare a casa, come ogni sera. Richiamato. Rassicurato. Assicurato. Solo verso casa. Con una mano sulla marcia e una sul volante a tamburellare al ritmo di Miss you dei Rolling Stones. Canta sopra il disco. Storpia l’inglese a squarciagola. Quasi si sente intonato.
A destra c’è il mare. Più avanti il Conero. Al crepuscolo il Conero rivela il suo profilo migliore. Si può essere stanchi di guidare a un certo punto, alla fine. Ma se il mare sta lì accanto, ancora lì, giorno dopo giorno. Questo non è meraviglioso? Non c’è bisogno di parlare. Siamo tutti uguali di fronte al mare. Tutti figli. Grande madre o grande padre, al cui cospetto ogni parola ha lo stesso significato.
Chi è il filosofo che balbetta questi insopportabili pensieri? Chi sarebbe sto’ poeta?
È Gregorio il poeta della sera che muove il viso, la bocca piccola piccola e non si capisce come gli escano le parole da quel rostro così piccolo. Ha la bocca come il culo della gallina. Avete capito? Questo è Gregorio. Insomma uno che è rimasto al tempo dei sassi rotolanti. Un sassonide. Un sasso anche lui, già rotolato, un mucchietto d’ossa avvolto nella pelle, incartato, scartato, aggrovigliato dall’emozione. Uno che non si sa esprimere. Questo è Gregorio. Questo è il tipo che tamburella sul volante della Peugeot rossa.
I’ve been sleeping all alone.
Una volta a diciotto anni ha detto “da grande voglio fare il cantante”. “Si può ancora fare”, in fondo pensava. “C’è ancora tempo”. E c’è, tra i suoi amici, chi ha pensato che un culo di gallina non ha da stare allegro, meno che mai è adatto per cantare. Ma nessuno gliel’ha detto.
Cadono sassi dalla testa giù fino alla lingua. Ogni parola della canzone è un sasso. Ogni nota arriva dritta allo stomaco.
Lord I miss you.
L’urto non si è sentito. Tutto ovattato. Anche le voci, le sirene. Nulla. Crede di aver frenato. Davvero c’erano le sirene? È rincoglionito. Non le ha sentite Gregorio. C’era solo Mik Jagger.
I’ve been hanging on the phone.
C’è stato un incidente. Nell’altra auto una donna.
Lei resta immobile. Guarda il volante.
Gregorio a un certo punto li ha visti. Gli occhi di lei. Li ha fissati e poi dopo un po’ anche lei si è voltata. Un incidente nella sera. Il suo incidente. Mai successo. Erano gli occhi più belli che avesse mai visto. Immobili fissi, né sereni né preoccupati, semplicemente marroni. Profondi. Come il mare scuro nell’abisso. Come il profondo dio che si nasconde. Sono stati a guardarsi. Per un po’. Attraverso i vetri in frantumi delle auto accartocciate. La loro anima in miseria, frantumata. In contatto. Collisi. Schiantati l’uno sull’altra. Due estranei, improvvisamente una cosa sola. Due sofferenze fuse. Presi l’uno nell’altra. In attesa infinita. Tagliati fuori dal mondo. Dimenticati. Saltati in un tempo senza tempo, in uno spazio senza spazio. Capaci solo di ascoltare il discorso infinito.
Lei non abbassava lo sguardo non sembrava ferita. Non si muoveva. Riposava.
La polizia faceva sgombrare i curiosi. Ma Gregorio pensava: “non si può sempre tornare a casa”.
La peugeot non cigolava più. La radio continuava a suonare ad alto volume.
I’ve been sleeping all alone
I want to kiss you
domenica, maggio 14, 2006
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2 commenti:
è vero, siamo tutti uguali di fronte al mare... ma spesso capita di imbattersi nella vita in persone straordinariamente egoiste ed egocentriche tanto da dimenticare questa uguaglianza e inghiottire gli altri, più deboli o forse semplicemente più consapevoli di questa umana uguaglianza insita nella nostra condizione
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